
Quando si parla della qualità dell’animazione, spesso la risposta è sempre la stessa: rispetto al passato ci sono meno investimenti, meno personale e meno risorse. Ed è vero. Sarebbe inutile negarlo. Con più animatori, più budget e più mezzi è sicuramente più facile costruire un prodotto migliore. Ma c’è una cosa che, secondo me, oggi manca più di altre: la competenza e la cultura per insegnare agli animatori e, soprattutto, ai capi animazione il modo più produttivo di lavorare, perché ci sono dinamiche che chi conosce bene l’animazione dovrebbe spiegare, condividere, correggere. Mi riferisco soprattutto alle agenzie, che hanno questo nelle loro mansioni e che troppo spesso si accontentano, anche perché i direttori ne capiscono poco di animazione per poter andare nel dettaglio di queste richieste, come faccio io che faccio il direttore, ma di animazione ne mastico in abbondanza.
Ecco quindi 5 azioni che, secondo me, potrebbero essere messe in atto in molti villaggi per migliorare il prodotto a costo zero:
1. Gestire male il tempo e gli orari dello staff
Uno degli aspetti più importanti per offrire agli ospiti un programma ricco e continuo è il time management. Gli ospiti dovrebbero avere la percezione che l’animazione sia sempre presente, anche quando, naturalmente, una parte dello staff sta riposando. Per questo motivo, vedere tutto il team di animazione al completo dovrebbe essere un evento abbastanza raro. Può capitare durante la presentazione ufficiale dello staff, in occasione di un grande evento o durante lo spettacolo finale. Nel resto della giornata, invece, le presenze dovrebbero essere organizzate in base alle reali necessità.
In passato, soprattutto negli staff più grandi, era normale che ogni animatore avesse orari diversi. C’era chi lavorava al mattino presto, chi entrava più tardi, chi riposava mentre altri erano impegnati nelle attività. Le prove degli spettacoli non venivano fatte solamente di notte: venivano organizzate anche durante il giorno, sfruttando i momenti in cui determinati animatori non erano necessari nelle attività con gli ospiti. Il coreografo organizzava prove individuali, prove a piccoli gruppi e prove generali. Ognuno aveva i propri orari.
Era semplice? Assolutamente no. Era faticoso da organizzare, ma estremamente efficace. Oggi, invece, vedo spesso staff che si muovono tutti in perfetta sincronia: iniziano insieme, finiscono insieme, riposano tutti nello stesso momento e sono presenti in gruppo anche in attività che potrebbero tranquillamente essere gestite da due o tre persone. Poi ci si lamenta che il personale è poco. Probabilmente, in alcuni casi, lo è davvero. Ma prima di chiedere nuove risorse bisognerebbe chiedersi se quelle che abbiamo vengono utilizzate nel modo migliore. Una gestione più intelligente e flessibile degli orari permetterebbe di aumentare il numero delle attività, garantire una maggiore presenza durante la giornata e, soprattutto, migliorare la qualità complessiva del prodotto.
2. Troppi balletti e poco cabaret
Montare un balletto costa fatica. Servono prove, tempo, costumi, coordinamento e, soprattutto, persone che sappiano realmente ballare. E qui nasce il problema.
L’animazione ha sempre ballato e io stesso ho lavorato con staff che avevano il corpo di ballo. In alcune destinazioni, una spettacolistica serale prevalentemente ballata può avere senso: quando, ad esempio, stavo a Cuba, anche tre serate di spettacoli danzati alla settimana (dal corpo di ballo) possono essere coerenti con il prodotto e con la destinazione, ma nella maggior parte dei villaggi italiani la situazione è diversa. Se lo staff è composto da dieci animatori e quelli che sanno veramente ballare sono due o tre, perché continuare ostinatamente a costruire musical e spettacoli pieni di coreografie?
Le cause di questa “moda” sono 2. Il primo è il successo di “Amici di Maria”, che ha fatto tornare di moda i balletti e sdoganato termini come assoli, i passi a due, le battle e le improvvisazioni. Contemporaneamente, sono aumentate esponenzialmente le capo animatrici donne che, si sa, sono più aggraziate degli uomini a ballare e hanno molti meno sketch da interpretare, perché noi vecchi autori di copioni eravamo tutti maschilisti e non c’erano ancora le quote rosa.
Fondamentalmente non c’è niente di sbagliato in tutto questo: l’animazione si plasma con quello che succede nel mondo. Il problema nasce quando il ballo diventa la risposta a qualsiasi idea di spettacolo. In giro adesso vengono proposti molti musical e poco cabaret e, secondo me, è un errore. La maggior parte degli ospiti, soprattutto dopo una giornata di mare, piscina, bambini e attività, la sera vuole anche ridere e divertirsi, e uno sketch facile e automatico con animatori senza esperienza può funzionare molto meglio di un balletto montato da persone che non hanno una vera preparazione nella danza e con vestiti di scena un po’ improvvisati. E, diciamolo, montare un buon numero di cabaret richiede meno prove e meno fatica fisica rispetto a una coreografia complessa. Se nello staff ci sono veri ballerini, diamogli il giusto spazio facendoli esibire e valorizzandoli, ma il tempo risparmiato evitando di montare l’ennesimo musical mediocre potrebbe essere investito meglio.
3. Non delegare
Ogni stagione vedo capi animazione sempre in affanno. Corrono ovunque, controllano tutto, fanno tutto personalmente e alla fine hanno la sensazione di non avere mai abbastanza tempo. Spesso il problema è molto semplice: non delegano.
Un capo animazione non dovrebbe passare tutta la giornata a fare contatto al posto degli animatori e, contemporaneamente, cercare di organizzare tutto il resto. Il suo ruolo dovrebbe essere anche quello di creare, pianificare, controllare, migliorare e risolvere i problemi.
Quando ero giovane e facevo il capo villaggio, ad esempio, passavo la mattina in spiaggia per circa un’ora facendo il prestigiatore tra gli ombrelloni e il pomeriggio conducevo una trentina di minuti di radio.
Il resto del tempo non stavo fermo, ma non ero obbligato a essere presente in ogni singola attività. Potevo girare, controllare, parlare con lo staff, creare nuove idee e organizzare quello che sarebbe successo il giorno dopo. Questo era possibile perché avevo delegato. E per delegare bisogna prima spiegare bene le responsabilità. Nei miei villaggi ogni compito aveva un responsabile. C’era chi si occupava del posizionamento dei tappetini in teatro e della pulizia degli ambienti, chi controllava le locandine, chi provvedeva all’approvvigionamento dell’acqua in bottiglia e chi aveva altre piccole responsabilità operative. Può sembrare eccessivo assegnare un responsabile anche per compiti apparentemente banali. In realtà è uno dei modi migliori per far crescere le persone. Più un animatore dimostrava affidabilità, più aumentavano le sue responsabilità. Delegare non significa fregarsene e lasciare gli altri da soli. Significa organizzare il lavoro in modo che ognuno sappia cosa deve fare, abbia una responsabilità precisa e possa crescere professionalmente. E soprattutto permette al capo animazione di avere finalmente il tempo per fare il lavoro che solo lui può fare.
4. Sbagliare completamente i tempi scenici
Su questo punto ammetto di essere probabilmente un po’ maniacale. Ho iniziato a fare l’animatore quando ero ancora molto giovane e già lavoravo in radio facendo regia. Per me una pausa non necessaria era quasi un errore professionale.
Ma nell’intrattenimento, soprattutto in quello serale, i tempi sono fondamentali. Spesso, invece, vedo spettacoli che iniziano troppo tardi dopo essere presentati, lunghe attese tra un numero e l’altro, cambi scena interminabili, improvvisazioni senza fine e momenti di cabaret che sembrano non sapere dove vogliono andare. Ogni secondo morto è un’opportunità per l’ospite di alzarsi e andarsene. Chi lavora nell’animazione dovrebbe partire da un presupposto molto semplice: il tempo che gli ospiti decidono di dedicarci è prezioso. Nessuno è obbligato a restare seduto davanti a un palco. Se gli ospiti scelgono di farlo, dobbiamo cercare di non sprecare quel tempo. Questo non significa correre senza lasciare respirare lo spettacolo. Significa eliminare le attese inutili. Uno spettacolo dovrebbe avere un ritmo. Se finisce un numero, dovrebbe iniziarne un altro nel minor tempo possibile. Se serve un cambio costume o di scena, bisogna trovare il modo di coprirlo. Se c’è una pausa tecnica, bisogna chiedersi se sia davvero necessaria. Basterebbe guardare con più attenzione quello che fanno la televisione, la radio e i professionisti dello spettacolo per capire quanto il ritmo sia importante. Un esempio molto semplice? La baby dance finisce e poi spesso passano venti o trenta minuti prima dell’inizio dello spettacolo (quasi sempre per attendere che il teatro si riempia). Nel frattempo, si susseguono annunci, saluti, musica di sottofondo e momenti ripetitivi. Gli ospiti, soprattutto quelli con bambini, sono già stanchi e iniziano ad andarsene. Quando finalmente inizia lo spettacolo, una parte del pubblico è già tornata in camera. Lavorare sui tempi scenici non costa nulla. Serve solo iniziare a pensarci.
5. Fare poco marketing su quello che già si offre
Ai miei tempi non si chiamava marketing. Si chiamava essere un po’ paraculi. E, lo ammetto, io ero piuttosto bravo. Se nello staff avevo un cantante, magari annunciavo che stava facendo le selezioni per andare a Sanremo; dello chef dicevo che aveva una/due stelle Michelin; ogni animatore che presentavo era presentato come uno dei migliori professionisti del mondo nel suo settore. Poi è arrivato internet e ho dovuto ridimensionare parecchie delle cavolate che raccontavo, perché ormai bastava una ricerca per scoprire la verità.
Ma il principio è rimasto lo stesso: bisogna saper valorizzare quello che si ha. E si può fare anche dicendo semplicemente la verità. Se un’animatrice ha lavorato per anni in una palestra, perché non raccontarlo quando? Se una persona ha una vera competenza, perché non farla percepire agli ospiti esaltandola? Per ogni cosa che offrivo cercavo sempre di trovare e comunicare l’aspetto positivo.
Questa positività veniva percepita dagli ospiti e, spesso, ritrovavo gli stessi concetti anche nelle recensioni. Non si tratta di fare gli imbonitori. Si tratta di capire che la percezione è una parte fondamentale dell’esperienza. Gli ospiti non valutano solamente quello che ricevono, ma anche il modo in cui viene raccontato.
Vi faccio un esempio personale:
Quando mi presentano agli ospiti nella riunione di benvenuto, molti dei capi animazione che ho avuto ricordavano che sono stato animatore e che ho avuto una lunga esperienza nel settore. È sicuramente un bel riconoscimento, ma siamo sicuri che sia la cosa più importante da dire a un ospite durante una riunione di benvenuto?
Se fossi presentato da un bravo capo animazione che fa marketing, dovrebbe direbbe qualcosa come:
“Il nostro direttore ha oltre vent’anni di esperienza nella direzione di strutture turistiche, ha gestito hotel e resort 4 e 5 stelle in tutto il mondo e ha scritto il primo manuale in Italia sulla gestione dei villaggi turistici”; magari sono più “famoso” per il mio contributo all’animazione, ma l’obiettivo di quella presentazione non è raccontare tutto il curriculum: è far percepire agli ospiti che la struttura è guidata da una persona competente ed esperta, e trovare le parole giuste è quello che intendo come marketing.
Naturalmente bisogna fare attenzione anche all’effetto contrario. Pubblicizzare troppo un’attività mediocre può creare aspettative enormi e trasformare una serata normale in una delusione. In alcuni casi è meglio mantenere le aspettative più basse e poi sorprendere gli ospiti con qualcosa di migliore di quello che si aspettavano. Anche questo è marketing.
In conclusione
Non voglio dire che oggi l’animazione abbia tutti i mezzi necessari per fare quello che si faceva venti o trent’anni fa. I budget sono diversi, gli staff sono più piccoli e le esigenze delle aziende sono cambiate. Ma proprio per questo motivo dobbiamo imparare ancora meglio a utilizzare quello che abbiamo.
Lavorare su questi 5 punti non richiede un investimento economico. Richiede attenzione, organizzazione. Richiede esperienza, ma soprattutto la voglia di non accontentarsi di dire: “Siamo in pochi, quindi più di così non possiamo fare”. Perché a volte, prima di chiedere più soldi o più personale, basterebbe fermarsi un attimo e chiedersi:
Stiamo davvero sfruttando al meglio quello che abbiamo?
E, soprattutto, cosa possiamo fare già da domani per migliorare quello che abbiamo fatto oggi?