Le colpe delle agenzie di animazione

Parlando del crollo del prodotto animazione, non possiamo escludere le agenzie di animazione dalle responsabilità di questo declino. Con questo articolo, però, non voglio certo sparare a zero su tutte le agenzie. Anche perché ormai ho amici che lavorano o gestiscono praticamente tutte le agenzie più importanti in Italia e la maggior parte di loro sono persone che stimo, con le quali condivido anche la frustrazione per quello che è diventato questo settore. Ma andiamo dall’inizio.

Quando l’animazione era un servizio offerto principalmente nei grandi villaggi, soprattutto quelli commercializzati dai tour operator, gli animatori venivano spesso assunti direttamente dai tour operator stessi. Era un costo che poteva essere sostenuto perché gli staff erano numerosi e tali da giustificare la presenza di un vero e proprio “ufficio animazione” all’interno dell’organizzazione. Solo successivamente sono nate le prime agenzie di animazione. Spesso erano agenzie di spettacolo che, fiutato il business, hanno iniziato a formare e selezionare animatori per quei villaggi e quei tour operator che volevano offrire il servizio di animazione, ma non avevano le competenze o la disponibilità necessarie per creare e gestire un ufficio animazione interno.

Nei primi anni ’90 le agenzie di animazione erano ancora pochissime e, fondamentalmente, si dividevano in due categorie: quelle che avevano realmente gli appalti con i tour operator e con le strutture e quelle che si occupavano principalmente di organizzare corsi di formazione, spesso facendosi pagare profumatamente e poi “rivendevano” gli animatori ad altre aziende.

È proprio in quegli anni che il servizio di animazione ha iniziato a diffondersi anche in strutture più piccole, come hotel e campeggi. Sono nate realtà con piccoli staff di tre o quattro ragazzi, che non avevano praticamente nulla a che fare con il prodotto offerto nei migliori villaggi, ma dove le persone assunte avevano comunque lo stesso nome: “animatori”. Ed è proprio qui, secondo me, che si è verificato il primo grande problema del prodotto animazione. C’erano persone che crescevano professionalmente e facevano carriera all’interno di realtà assolutamente mediocri, convincendosi magari di offrire un prodotto di qualità, quando invece quello che stavano facendo aveva poco o nulla a che vedere con l’animazione dei grandi villaggi. Così, persone con quattro o cinque stagioni alle spalle in piccoli campeggi sono diventate “capi animazione con esperienza”.E molti di loro hanno iniziato anche ad aprire proprie agenzie di animazione.Anche perché, in quel periodo, era relativamente semplice farlo.Lavoravi per l’agenzia X in un piccolo villaggio o campeggio con quattro o cinque animatori e, a fine stagione, il proprietario della struttura poteva dirti: “Per la tua animazione pago X euro alla tua agenzia. Perché non la prendi in gestione tu, facendomi spendere meno?”Anche io ho ricevuto più di una volta offerte di questo tipo e le ho sempre rifiutate per una questione di serietà.Molti, però, hanno accettato.Hanno aperto la propria agenzia di animazione con l’obiettivo di espandersi, conquistare altri villaggi e costruire un vero e proprio business.

Contemporaneamente, iniziava a diffondersi internet. Ed è successo qualcosa che, a mio avviso, ha dato un’altra mazzata al settore. Piccole agenzie senza esperienza e senza una vera professionalità hanno iniziato ad apparire nei motori di ricerca accanto alle agenzie più serie, importanti e storiche. Per un cliente diventava sempre più difficile distinguere chi aveva realmente esperienza da chi si era improvvisato. E spesso la competizione si è trasformata semplicemente in una gara al prezzo più basso. Poco importava se l’agenzia, magari, sarebbe fallita pochi mesi dopo senza pagare gli animatori. Erano aziende improvvisate che nascevano come funghi e, nel giro di uno o due anni, sparivano. Questo ha creato diffidenza nei confronti delle agenzie e ha messo in discussione persino una delle certezze più elementari per un lavoratore: quella di essere pagato.

Ma dal punto di vista del prodotto il danno, secondo me, è stato ancora maggiore. Un animatore che ha come unica esperienza quattro o cinque stagioni in campeggi e piccoli villaggi con staff di quattro, otto o dieci animatori, come può avere le competenze necessarie per offrire e insegnare un’animazione di qualità? Ed è qui che arriviamo, secondo me, al danno più grande subito dal mondo dell’animazione. Da una parte c’erano i tour operator che iniziavano a soffrire economicamente, ma continuavano a offrire un’animazione di eccellenza, dalla quale c’era ancora tantissimo da imparare. Dall’altra iniziavano a crescere agenzie improvvisate, spesso gestite da persone che non avevano mai visto una vera animazione di eccellenza e che, proprio in quegli anni, beneficiavano dell’aumento della domanda di animatori. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 il mondo dell’animazione ha iniziato a rovesciarsi.

I tour operator che offrivano animazione di eccellenza hanno iniziato a fallire o a ridimensionarsi, mentre le piccole realtà, con pochi animatori e un prodotto mediocre, hanno iniziato a crescere. Le agenzie di animazione si sono moltiplicate in maniera esponenziale. Alcune erano formate da persone provenienti dai vecchi tour operator, che hanno continuato a portare con sé la filosofia e la cultura dei grandi villaggi. La maggior parte, però, era composta da persone che di animazione ne capivano poco: spesso imprenditori affiancati da capi animazione con poca esperienza. In questo contesto non ha vinto chi faceva meglio animazione. Ha vinto chi faceva meglio business. Ed è una differenza enorme.

Molte realtà create da persone che conoscevano veramente l’animazione hanno perso terreno rispetto ad altre che magari di animazione ne capivano poco, ma avevano un modello di business più efficace. Questo, secondo me, è anche uno dei motivi per cui gli stipendi degli animatori non sono cresciuti. Le agenzie vendevano il prodotto sempre più al ribasso e, inevitabilmente, questo finiva per avere conseguenze sulla qualità. Contemporaneamente, gli animatori che avevano vissuto la grande stagione dell’animazione hanno iniziato a mollare e a cercare fortuna in altri settori. E come biasimarli? Gli stipendi erano sempre più bassi e nessuno sembrava più interessato a pagare l’esperienza accumulata. Capi animazione abituati a gestire équipe di 50 o 100 animatori, con mezzi scenici e produzioni di prima qualità, si sono ritrovati a lavorare in villaggetti con 15 animatori, cercando di offrire un prodotto spesso arrangiato.

Io conosco tantissime persone che ci hanno provato. Ma quello che provavano era vergogna. Perché diciamocelo chiaramente: una persona che ha fatto vera animazione tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, probabilmente, oggi farebbe fatica a riconoscersi nel prodotto che viene offerto in molte strutture. E anche io, personalmente, mi vergognerei.

Questa involuzione è continuata negli anni 2000 e fino ai giorni nostri. E la situazione, a mio avviso, sta peggiorando. Le persone che hanno partecipato direttamente alla grande animazione di qualità sono sempre meno. Quello che hanno vissuto è diventato quasi una leggenda che si tramanda da una generazione all’altra, ma sono sempre meno le persone che quelle realtà le hanno realmente vissute. I capi animazione di oggi, nella maggior parte dei casi, hanno imparato da altri capi animazione che a loro volta hanno conosciuto realtà più piccole e meno strutturate. È diventato un circolo vizioso.

Un animatore volenteroso può anche avere talento, passione e voglia di crescere, ma dove può imparare? Quali sono oggi gli esempi da seguire? Quali sono i modelli? E soprattutto: chi può insegnargli davvero cosa significa fare animazione di eccellenza? Anche molti responsabili delle agenzie, per ragioni anagrafiche, non hanno mai vissuto direttamente quelle realtà. Non solo non le hanno vissute: in molti casi non le hanno nemmeno mai viste.

Per farvi capire la situazione, mettetevi un po’ nei miei panni.

Io ho oltre 30 anni di esperienza nel mondo dei villaggi. Acquisto animazione da un’agenzia e, per controllare la qualità del prodotto e garantire il rispetto degli standard, mi viene mandato un ragazzo di 30 anni che ha alle spalle quattro o cinque anni da capo animazione in realtà che, per me, rappresentano l’esatto contrario di ciò che considero animazione di qualità. Come può capire cosa voglio? Come può capire cosa chiedo? Come può riconoscere immediatamente un problema di qualità se quello che io considero uno standard per lui rappresenta qualcosa di completamente diverso? Semplicemente, parliamo due lingue diverse.

Ed arriviamo a una delle responsabilità che attribuisco maggiormente alle agenzie di animazione: la mancanza di esperienza di chi sta ai vertici. Io ho tanti amici che hanno vissuto gli anni migliori dell’animazione. Persone che hanno lavorato nei grandi villaggi, che hanno formato generazioni di animatori, che hanno gestito équipe enormi e produzioni che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Molti di loro hanno cambiato lavoro perché, semplicemente, il mondo dell’animazione non aveva più nulla di importante da offrire. In compenso, nelle agenzie è pieno di responsabili che di animazione ne sanno poco o nulla e sono proprio loro, spesso, a insegnare, formare e controllare il prodotto.

Un animatore che prende 500 euro al mese può essere “venduto” da un’agenzia al villaggio a 1.500, 2.000 o anche oltre 2.500 euro al mese. Dentro questa differenza ci sono la selezione, l’assunzione, la formazione, il controllo, le tasse e tutte le altre spese necessarie a gestire il rapporto di lavoro.

L’agenzia, alla fine, può arrivare a guadagnare dal 5% al 20% dello stipendio di ciascun animatore. Personalmente, ritengo che sia una cifra onesta per il lavoro che svolge. Forse qualche agenzia potrebbe marginare meno e aumentare gli stipendi dei ragazzi, ma secondo me questo non è il problema principale. Il problema più grande è la qualità. È facile dire che i ragazzi di oggi non hanno voglia di lavorare, ma siamo sicuri che questi nuovi animatori siano affiancati e formati da veri professionisti? Siamo sicuri che chi li guida sappia davvero fare animazione? E soprattutto, sappia insegnarla?

Da quello che vedo in giro, la mia risposta è: no. Come si dice, “il pesce puzza dalla testa”. L’animazione di oggi, in molte realtà, fa schifo perché viene fornita da agenzie senza esperienza, che mandano capi animazione senza esperienza, che vengono seguiti da responsabili del prodotto o capi area che, a loro volta, spesso hanno poca esperienza. È una catena. E in questa catena ci sono sicuramente anche persone capaci, appassionate e competenti. Il problema è che il contesto generale ha fatto gettare la spugna a molti professionisti che, negli anni, si sono semplicemente rassegnati per frustrazione.

La cosa più triste è che ormai temo che questo processo sia diventato quasi irreversibile. Le professionalità che avrebbero potuto insegnare si sono perse. Io, che ho quasi 50 anni, ho avuto la fortuna di vedere gli ultimi bagliori di quelle realtà in cui l’animazione era davvero uno dei motivi per cui una persona sceglieva una vacanza. Ho avuto capi animazione straordinari. Persone che, per le loro capacità, la loro energia e il loro modo di gestire un’équipe, erano più simili agli Avengers che agli esseri umani. Oggi quelle persone hanno quasi tutte un’età da pensione e difficilmente potranno dare ancora un contributo concreto a questo mondo.

Rimangono gli amici temerari che hanno resistito. Quelli che hanno continuato a lavorare nel settore, che hanno aperto agenzie, che hanno provato a mantenere viva una certa idea di animazione. Sono loro i migliori interlocutori con cui parlare di questo mondo. Sono loro, spesso, i pochi che “mi capiscono”, ma anche loro, per sopravvivere, hanno dovuto affrontare un mercato spietato, dove la competizione si è trasformata sempre più in una gara al ribasso. E così, quello che avrebbero voluto realizzare si è lentamente trasformato in qualcosa di diverso. Un sogno che, stagione dopo stagione, è diventato sempre più difficile da realizzare.

Forse è proprio questo l’aspetto più triste di tutta questa storia: non abbiamo semplicemente perso un prodotto. Abbiamo perso, almeno in parte, la cultura necessaria per costruirlo. E quando una cultura professionale scompare, non basta più assumere nuovi ragazzi per ricrearla. Bisogna prima trovare qualcuno che sappia ancora insegnarla o addirittura reinventarla.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *