
Vedo che ogni volta che scrivo sul declino del prodotto animazione si apre un grande dibattito. C’è chi dà la colpa agli animatori di oggi, chi alle agenzie, chi alle strutture, chi agli ospiti che sono cambiati.
Io questo declino l’ho vissuto sulla mia pelle, prima da animatore e poi dall’altra parte della barricata come direttore, e sono arrivato a una convinzione molto precisa: la prima grande causa del declino dell’animazione turistica è stata il fallimento dei grandi tour operator. (Qua un articolo sul fallimento dei tour operator che ho scritto più di 15 anni fa mentre stava succedendo: https://www.marimoreno.it/wordpress/perche-falliscon-i-tour-operator/ )
Non l’unica causa, naturalmente. Ma probabilmente la prima.
Per capire il perché bisogna ricordarsi cosa rappresentassero i grandi tour operator per il nostro settore. I villaggi di Ventaclub, Valtur, Club Vacanze, Going e di tante altre grandi realtà non erano semplicemente strutture turistiche. Erano vere e proprie aziende dell’intrattenimento, capaci di gestire squadre enormi.
In un solo villaggio potevano lavorare 50, 80 o anche 100 animatori. Numeri che oggi sembrano quasi impossibili da immaginare.
E non era un caso.
I grandi tour operator avevano un modello economico che permetteva di sostenere questi costi. Gestivano direttamente grandi numeri di ospiti, acquistavano enormi quantità di camere e posti aerei, programmavano intere stagioni e potevano distribuire i costi su volumi molto elevati. In questo sistema, avere una grande équipe di animazione diventava sostenibile.
Ma c’era un altro aspetto fondamentale: il lavoro non finiva a settembre.
I tour operator avevano villaggi in Italia durante l’estate e strutture all’estero durante l’inverno. Questo permetteva a molti animatori di lavorare praticamente dodici mesi all’anno.
Un ragazzo poteva iniziare come animatore semplice, crescere, diventare responsabile, capo settore, capo animazione e costruirsi una vera professionalità. L’animazione non era soltanto un lavoretto estivo: per molti era un mestiere e per altri ancora una vera carriera.
Chi faceva animazione sognava letteralmente di poter lavorare per loro, e tanti animatori con esperienza si sono affacciati anche solo per poche stagioni per imparare e poi mettere in pratica quel metodo in altri villaggi e provare a replicarlo, anche perché la gavetta per diventare responsabile durava molti anni e la selezione era così dura che solo pochi avevano questo privilegio. La presenza di queste realtà ha creato dei punti di arrivo, ha dimostrato ad animatori e ospiti cosa fosse l’eccellenza ed era un benchmark che probabilmente faceva alzare l’asticella a tutto il settore.
Quando sono spariti i grandi tour operator, non sono sparite soltanto delle aziende. È sparito un intero sistema che produceva, formava e faceva crescere gli animatori.
Per fare un paragone calcistico, è come se dalla Serie A sparissero contemporaneamente Juventus, Milan, Inter, Roma, Napoli e Fiorentina. Sì, lo so, qualcuno potrebbe discutere sull’ultima… ma Forza Viola!
Il campionato continuerebbe a esistere. Le squadre continuerebbero a giocare. Ma pensare che la qualità, il prestigio, l’organizzazione e il gradimento rimarrebbero gli stessi sarebbe impossibile.
Ecco cosa è successo all’animazione.
Scomparsi o ridimensionati i grandi protagonisti, il mercato si è frammentato. Al loro posto sono nate centinaia di piccole realtà, alcune serie e professionali, altre molto meno. Con l’arrivo di internet è bastato un bel sito web, qualche bella fotografia e una buona capacità commerciale per presentarsi sul mercato come grandi aziende dell’animazione.
Il problema è che saper vendere l’animazione non significa saper fare animazione.
Molte agenzie hanno iniziato una guerra al ribasso, proponendo alle strutture lo stesso prodotto, o almeno apparentemente lo stesso prodotto, a prezzi sempre più bassi. E quando si svende un servizio fatto principalmente di persone, il risultato è inevitabile: prima o poi si risparmia sulle persone.
Meno animatori. Meno esperienza. Meno formazione. Meno prove. Meno tempo per preparare gli spettacoli. Squadre sempre più piccole chiamate a fare tutto: sport, bambini, fitness, giochi, spettacoli, contatto, balli e magari anche qualche attività extra.
Naturalmente non si può dare tutta la colpa alle agenzie. Anche le strutture hanno fatto la loro parte, cercando spesso di acquistare il servizio al prezzo più basso possibile.
Ma una responsabilità importante ce l’hanno avuta anche gli stessi professionisti dell’animazione.
Invece di cercare di difendere il valore del prodotto, molti si sono semplicemente adeguati.
Ed è forse questo l’errore più grande.
Un artigiano che ama il proprio mestiere non dovrebbe limitarsi a fare quello che il mercato gli chiede al prezzo più basso possibile. Dovrebbe cercare di difendere la qualità del proprio lavoro, spiegare perché un prodotto fatto bene costa di più e, soprattutto, rifiutarsi di chiamare “qualità” qualcosa che qualitativo non è.
Nell’animazione, invece, troppo spesso abbiamo fatto il contrario: abbiamo accettato di ridurre le squadre, abbassare i compensi, comprimere i tempi, eliminare le prove e semplificare i programmi. Ci siamo accontentati.
E lentamente ci siamo abituati a pensare che fosse normale.
Ma non è normale pretendere da dieci animatori quello che prima facevano cinquanta persone. Non è normale pensare che un ragazzo senza formazione possa sostituire un professionista con anni di esperienza. E non è normale continuare a parlare di “prodotto animazione” senza investire realmente nella sua qualità.
Il declino dell’animazione non è iniziato perché improvvisamente gli animatori hanno smesso di avere talento.
È iniziato quando è crollato il sistema che permetteva a quel talento di essere scoperto, formato e valorizzato.
I grandi tour operator avevano difetti, facevano errori e non tutto quello che appartiene a quel mondo deve essere rimpianto. Ma avevano una cosa che oggi manca terribilmente: la capacità di investire seriamente nell’animazione perché l’animazione era parte integrante del prodotto turistico.
Non era un accessorio.
Era uno dei motivi per cui le persone sceglievano quel villaggio.
Oggi il mercato è cambiato, gli ospiti sono cambiati e sarebbe inutile pensare di poter tornare indietro di trent’anni. Il vecchio villaggio turistico non esiste più e probabilmente non tornerà.
Ma se vogliamo parlare seriamente del futuro dell’animazione, dobbiamo prima avere il coraggio di riconoscere da dove è iniziato il problema.
Quando sono caduti i grandi tour operator, è caduto anche il principale sistema industriale che sosteneva l’animazione turistica italiana.
Tutto il resto è arrivato dopo: internet, le agenzie improvvisate, la guerra dei prezzi, la riduzione dei costi e la progressiva perdita di professionalità.
Per questo, secondo me, se vogliamo ricostruire un prodotto animazione di qualità non dobbiamo chiederci come copiare quello che facevamo venti o trent’anni fa.
Dobbiamo chiederci una cosa molto più semplice:
siamo ancora disposti a considerare l’animazione un valore in cui investire oppure continuiamo a considerarla soltanto un costo da ridurre?
Perché è proprio da questa risposta che dipende il suo futuro.