La mia Golf Car

Ci sono persone che passano la giornata dietro una scrivania. Io, invece, la passo su una golf car.

È il mio ufficio con le ruote, il mio punto di osservazione, il posto da cui ogni giorno guardo vivere il mio villaggio.

D’estate, con il vento fresco in faccia, per qualche secondo mi sento quasi James Dean. Poi mi ricordo che sto andando a controllare se un cestino è pieno o se una siepe ha bisogno di una sistemata, e torno con i piedi per terra.

I bambini mi salutano come se fossi un personaggio di Super Mario Kart. Qualcuno mi guarda passare con gli occhi che brillano, qualcun altro mi rincorre sperando in un passaggio.

“E dai, ci fai fare un giro?”

La risposta è quasi sempre no. Non perché non mi piacerebbe, ma perché poi la domanda diventerebbe inevitabile: “Perché lui sì e a me no?”

Ogni tanto, però, un’eccezione la faccio. Una signora anziana che fatica a camminare, una persona con disabilità che deve raggiungere la spiaggia, qualcuno che ha davvero bisogno di una mano. Sono tragitti di pochi minuti, ma alla fine della corsa ti senti sempre un po’ meglio.

Dopo qualche anno nello stesso villaggio, il percorso è diventato un rito. Ho i miei giri, le mie soste, i miei punti di controllo. So già dove l’erba cresce più in fretta, quale angolo rischia di essere trascurato, quale dettaglio quasi nessuno vede. E spesso è proprio lì che si nasconde la differenza tra un villaggio bello e uno curato.

Non corro mai. Anzi, vado pianissimo. La mia non è una gara: è un’ispezione continua. Più vai piano, più noti quello che agli altri sfugge.

La parte più bella, però, sono le persone.

Quando sono sulla macchinina mi salutano tutti. O almeno… ci provano. Perché, in realtà, quasi sempre li anticipo io.

“Buongiorno.”
“Buonasera.”

Dieci, cento, mille volte al giorno. Alla fine, perdi il conto, ma non il piacere di farlo.

E poi ci sono loro: i bambini in bicicletta. Ogni tanto mi sfidano. Pedalano come se ci fosse in palio il Tour de France. Io li lascio sempre vincere. Anche perché perdere contro un direttore in golf car non sarebbe un grande ricordo delle vacanze.

Una sola volta, però, un bambino tedesco, dopo aver tagliato il traguardo immaginario, ha esultato… mostrandomi il dito medio. Ancora oggi non so se fosse uno sfottò internazionale o un gesto di pura gioia agonistica. Ho scelto di ridere.

Sono vent’anni che guido una golf car.

Vent’anni di giri, controlli, saluti, sorrisi, bambini, ospiti, colleghi e chilometri percorsi a passo d’uomo.

E sapete una cosa?

Ogni volta che salgo su quella macchinina, mi sento ancora un po’ un ragazzino.

Perché, in fondo, mi piace la mia golf car.
Mi piace il mio lavoro.
E mi piace l’idea che, mentre tutti vedono una semplice macchinina elettrica, io ci veda il modo migliore per prendermi cura di un piccolo mondo che, ogni estate, diventa casa per migliaia di persone.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *