Come la fine del servizio militare obbligatorio ha dato il colpo di grazia all’animazione

C’è stato un tempo in cui per diventare un buon animatore turistico non serviva necessariamente un corso di formazione o parlare le lingue, bastava aver fatto il militare! Non è una battuta. O meglio, lo è, ma fino a un certo punto.

Perché se oggi guardiamo alla vita di un animatore in villaggio turistico e la confrontiamo con quella che era la vita di un ragazzo in caserma, troviamo una quantità sorprendente di punti in comune: sveglia presto, letto da rifare, ordine e pulizia, orari da rispettare, gerarchie, poche possibilità di discutere ogni disposizione, vivere per mesi con persone che non hai scelto, condividere una stanza, mangiare quando è previsto, fare cose che magari non ti va di fare e, soprattutto, imparare che “non ho voglia” non è una motivazione sufficiente.

Poi, naturalmente, c’era una differenza fondamentale: in caserma ti preparavano alla guerra, in villaggio ti preparano alla guerra contro il karaoke delle 23:00, il torneo di beach volley delle 16:30 e il bambino che alle 9:01 ti chiede perché il Mini Club non è ancora aperto.

Il militare era, inconsapevolmente, una scuola di animazione.

La leva obbligatoria è stata sospesa dal 1° gennaio 2005 e, con la fine della leva, è scomparso anche uno straordinario, involontario, corso di preparazione alla vita in villaggio. Il militare ti insegnava una cosa che oggi molti ragazzi imparano solo dopo essere arrivati in struttura: la vita non è organizzata intorno alle tue esigenze. Se hai sonno, ti alzi; se piove, esci; se sei stanco, lavori; se il tuo compagno di stanza russa, non puoi semplicemente cambiare camera come su Booking.com; se hai litigato con quello della branda accanto, alle 6:30 lo rivedi comunque e, soprattutto, se il superiore ti dice di fare una cosa, la prima risposta non è: “Scusa, ma non mi sento molto in linea con questa attività.”

Era una palestra di adattamento alla vita. Una palestra piuttosto brutale, per certi versi, ma efficace. E molti di quelli che hanno fatto il militare, qualche anno dopo, si sono ritrovati in un villaggio turistico a fare esattamente quello che avevano imparato in caserma: stare lontano da casa, vivere in comunità, lavorare con orari lunghi, adattarsi alle persone, rispettare gli orari e, soprattutto, non mollare perché la giornata non è andata come speravi.

Solo che in villaggio, invece di un sergente che urlava “MUOVITI!”, avevi il capo villaggio che gridava “Mueve la Colita”. E invece del “signorsì”, avevi il sorriso obbligatorio davanti all’ospite.

Il problema è che oggi il villaggio viene venduto come un’esperienza

Ed eccoci al punto. Per anni il lavoro dell’animatore è stato raccontato come una specie di Erasmus con il mare: “Conosci gente”, “Ti diverti”, “Viaggi”, “Fai nuove amicizie”, “Vivi un’estate indimenticabile”. Tutto vero. Peccato che manchi una frase: “E lavori.”

Perché l’animatore non è un turista che ha la fortuna di dormire nella struttura. È un lavoratore che, per alcuni mesi, vive dentro il proprio posto di lavoro. Ed è una differenza enorme. L’animatore si sveglia nel villaggio, fa colazione nel villaggio, lavora nel villaggio, pranza nel villaggio, torna a lavorare nel villaggio, cena nel villaggio, fa lo spettacolo nel villaggio e spesso va a dormire nel villaggio. Il turista, invece, a un certo punto torna in camera e chiude la porta. L’animatore no.

Le frasi che negli ultimi anni vengono pronunciate più spesso dagli animatori sono: “Pensavo fosse più divertente”, “Pensavo di avere più tempo libero”, “Pensavo di poter andare al mare”, “Pensavo che la sera uscissimo tutti insieme”, “Pensavo che ci fosse meno lavoro”, “Pensavo che avrei avuto una giornata libera”. Pensavo…

Il problema non è che un ragazzo scopra che quel lavoro non fa per lui. Succede. Il problema è quando lo scopre dopo essere arrivato in villaggio, magari dopo aver fatto un viaggio di centinaia di chilometri, aver ricevuto vitto e alloggio e aver lasciato una squadra scoperta nel pieno della stagione. E allora capita quello che una volta sarebbe stato quasi impensabile: qualcuno prepara la valigia e se ne va. Non perché sia stato necessariamente trattato male, non perché abbia trovato condizioni disumane, semplicemente perché la realtà non corrispondeva al trailer.

Una volta si scappava dalla caserma. Oggi si scappa dal villaggio.

La cosa curiosa è che il fenomeno non è poi così nuovo. Anche durante il servizio militare c’era quello che cercava di imboscarsi, quello che contava i giorni sul calendario e quello che, appena poteva, cercava una scappatoia. La differenza è che, una volta entrato in caserma, avevi comunque un sistema che ti obbligava a rimanere lì e a portare a termine quello che avevi iniziato.

Oggi il rapporto con il lavoro è completamente diverso. E questo non vale solo per l’animazione. Ma l’animazione turistica è forse uno degli ambienti in cui il cambiamento si vede maggiormente, perché è un lavoro che mette immediatamente alla prova la distanza tra aspettativa e realtà. L’animazione non è un lavoro divertente, ma uno in cui devi far divertire gli altri anche quando tu non hai nessuna voglia di divertirti.

Ed è qui che si misura un animatore. Non quando tutto va bene, non quando c’è il sole, la musica funziona, gli ospiti applaudono e la serata finisce presto, ma quando hai dormito cinque ore, hai litigato con il tecnico audio, il microfono non funziona, il bambino del Mini Club sta piangendo, il responsabile ti ha appena cambiato programma e alle 21:00 devi comunque salire sul palco con il sorriso. Quello è il lavoro.

…E nel frattempo le ragazze hanno conquistato l’animazione…

Sì, ma la leva era solo per gli uomini… e le donne che il servizio di leva obbligatorio non lo facevano? Le donne ci sono sempre, infatti l’animazione turistica è diventata sempre più femminile.

Non è una semplice impressione di chi lavora nei villaggi da molti anni: alcuni dati disponibili lo confermano almeno indirettamente. AlmaLaurea, utilizzando la classificazione ISTAT “Animatori turistici e professioni assimilate”, rileva tra i laureati appartenenti a questa categoria il 73,2% di donne contro il 26,8% di uomini. Attenzione: non significa che il 73,2% di tutti gli animatori italiani siano donne, perché il dato riguarda il campione di laureati analizzato da AlmaLaurea. È però un indicatore piuttosto significativo della forte presenza femminile nella professione.

E chi lavora nei villaggi lo vede: le ragazze sono sempre più numerose, i ragazzi sempre meno. Ed è curioso, perché una volta l’animazione veniva spesso percepita come un ambiente prevalentemente maschile, soprattutto nei ruoli più fisici, sportivi o legati alla vita di équipe.

Oggi la situazione si è ribaltata. Le ragazze hanno dimostrato di avere una capacità straordinaria di reggere ritmi, responsabilità, gestione dei bambini, contatto con gli ospiti, spettacoli e vita di squadra. E forse, paradossalmente, mentre le ragazze si sono prese una parte sempre maggiore dell’animazione, i ragazzi hanno progressivamente perso interesse per questo mestiere. Forse perché il mondo maschile di una volta aveva una palestra involontaria che oggi non esiste più.

Quella palestra si chiamava caserma.

Non è colpa dei ragazzi

E qui bisogna stare attenti. Non è corretto trasformare tutto in: “Ai miei tempi sì che i giovani erano seri.” Ogni generazione tende a pensare che quella successiva sia più fragile. Probabilmente lo pensava anche il nonno di chi ha fatto il militare.

Il mondo è cambiato. Sono cambiate le famiglie, la scuola, il rapporto con l’autorità, il mercato del lavoro, le aspettative dei giovani e, soprattutto, il modo in cui viene raccontato il lavoro.

Se per anni raccontiamo l’animazione come “l’estate più bella della tua vita”, non possiamo stupirci se qualcuno arriva pensando che il lavoro consista principalmente nel fare il bagno, ballare, conoscere persone e andare alle feste.

Poi arriva il primo giorno: sveglia, riunione, preparazione, Mini Club, pranzo, sport, allestimento, contatto ospiti, cena, spettacolo, smontaggio, riunione. E domani si ricomincia.

A quel punto il ragazzo guarda il capo animazione e probabilmente pensa: “Ma quando arriva la parte divertente?”

La risposta è semplice: “Questa è la parte divertente.”

Il vero problema non è la fine della leva

La provocazione del titolo, quindi, è volutamente esagerata. La fine del servizio militare non ha certamente “ucciso” l’animazione e probabilmente non sarebbe nemmeno giusto rimpiangere la leva obbligatoria per questo motivo. Ma qualcosa è effettivamente cambiato.

È venuta meno una delle poche esperienze formative che, nel bene e nel male, insegnava a milioni di giovani una serie di competenze molto utili anche nel mondo del lavoro: adattamento, disciplina, convivenza forzata, gestione della fatica, rispetto degli orari, rapporto con una gerarchia e capacità di stare in un gruppo.

Oggi quelle competenze devono essere costruite in altri modi. E forse l’animazione dovrebbe ricominciare proprio da qui.

Non vendere ai ragazzi un’estate da sogno. Spiegare loro che stanno entrando in un lavoro. Un lavoro bellissimo, probabilmente uno dei più belli che un ragazzo possa fare a vent’anni. Ma pur sempre un lavoro.

Perché l’animatore non è quello che si diverte mentre gli altri sono in vacanza. È quello che lavora affinché gli altri possano divertirsi.

E questa differenza, tra chi guarda il villaggio dalla parte dell’ospite e chi lo guarda dalla parte dell’animatore, è esattamente la differenza tra una vacanza e una stagione.

Forse, allora, più che riportare la leva obbligatoria, dovremmo semplicemente riportare una vecchia abitudine: prima di partire per il villaggio, spiegare ai ragazzi che non stanno andando in vacanza.

Stanno andando a lavorare.

E se dopo averlo saputo decidono comunque di partire, allora sì.

Forse abbiamo trovato un animatore.

 

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